). Non è completo, per un semplice motivo: non so se allungarlo o mantenerlo sul breve. Nel frattempo vi faccio leggere questo inizio...
C’era una volta, in una piccola città dell’Inghilterra degli inizi del novecento, una bambina dallo splendido aspetto. Aveva la pelle candida come porcellana appena smaltata, lunghi capelli neri che le scendevano sulle spalle minute e grandi occhi del colore della notte senza stelle. Viveva in una piccola casa ai margini della città insieme al suo vecchio padre, un testardo inventore dai capelli bianchi e la faccia rugosa. Entrambi si volevano molto bene e ogni giorno si giuravano che la vita non sarebbe potuta continuare senza la presenza dell’altro. La bambina era molto amata nel suo piccolo quartiere, era gentile ed educata con tutti e, nonostante il lavoro del padre riuscisse a stento a mettere il pane sulla tavola, lei rifiutava le continue proposte di matrimonio di gentiluomini dall’alto reddito che venivano dalle città lontane per incontrarla.
Ma il fato, triste e cattivo, volle che anche un facoltoso duca di un luogo vicino volesse fare della bambina la sua amante. Tornava ad intervalli regolari nella piccola città per portare enormi regali alla bimba dai capelli neri e puntualmente veniva respinto, con dolcezza e cortesia, ma veniva respinto. Purtroppo, un giorno, l’incontro tra il duca e la bambina avvenne sulle rive di un lago e, mentre i due bagnavano i piedi nudi nell’acqua, un corvaccio tetro e malefico passò di là. Vide la scena e con fredda determinazione corse dalla duchessa per riferire quello che aveva visto con i suoi occhi da rapace.
“Vi dirò una cosa che vi interesserà sapere” disse con la sua voce gracchiante, mentre con le zampine esili si spostava sul bordo della finestra “E vi costerà soltanto un sacco di grano, quello buono, in modo da poter saziare me e la mia famiglia”. La duchessa non se lo fece ripetere due volte e ordinò ai suoi servi (con voce stridula che rivaleggiava con quella della cornacchia) di dare all’uccello un enorme sacco di grano, di quello migliore. Ed appena questo fu posato vicino alle zampe dell’animale, il gracchiare riempì l’alta volta della sala, producendo un eco dal terribile sentore. “Vostro marito, il duca, si bagna i piedi nel lago con una bambina di una piccola città qui vicino, le porta regali e la adula, dimenticandosi che il suo amore va a voi e a voi deve rimanere” detto questo il corvo, con gli artigli ingialliti dalle intemperie prese il sacco di grano e volò via dalla finestra.
Ma caso volle che il sacco fosse troppo pesante per un solo uccello e lui, che non aveva famiglia ma aveva bellamente mentito, si dovesse fermare per riposarsi in una fitta palude, dove, mentre era distratto, un velenosissimo serpente lo morse e se lo mangiò.
Ma tornando alla nostra storia, la duchessa, dopo la rivelazione del corvo, andò su tutte le furie, ma non urlò, ne strepitò, e anzi rimuginava mestamente sulle prossime azioni da compiere. E tanto che meditò, e tanto che pensò, che le venne in mente un’idea talmente malvagia da competere con quelle del diavolo in persona.
Attese che il marito tornasse a casa, poi quando furono entrambi a cena, la duchessa, con falsa adulazione e un pizzico di sadismo femminile, gli chiese dove fosse stato tutta la giornata. “In una città qui vicino, perché, cosa ti interessa moglie mia?” “Nulla, nulla” rispose la perfida donna e mentre il marito si distraeva vicino al camino, versò del potente veleno di mandragora veritiera nel bicchiere dell’uomo. E tra spasmi e dolori il marito morì sull’enorme tavolo della sala da pranzo, riverso tra un cappone e uno sformato di formaggio, con gli occhi rivolti verso il cielo e una mano sul cuore. Ma l’effetto della magica pianta non era solo questo, anzi permetteva di porre domande ai morti e di saper esattamente la verità. E quello che chiese la perfida duchessa fu solo di saper dove trovare la bellissima bambina dai capelli neri, così da poterla punire per aver anche solamente tentato di rubarle il marito. E mentre le labbra del morto si muovevano meccanicamente sotto l’effetto del magico veleno, la donna rideva e rideva, con la testa inclinata verso l’alto soffitto.
Il giorno dopo si vestì di tutto punto ed uscì accompagnata dai suoi paggi. Salita che fu sulla splendida carrozza, iniziò subito a sfregarsi le mani per la contentezza e la perfezione del suo piano e gli occhi gli luccicavano di un odio così puro e intenso che difficilmente si è visto anche all’inferno.
Andò dal re, e con voce suadente e melodiosa, lo convinse che il padre della bambina dai capelli neri era un potente stregone e che con l’aiuto di forze malvagie cercasse di complottare contro la corona. Gli disse che l’unico modo per fermar un così malvagio individuo fosse quello di ucciderlo nel sonno, davanti gli occhi inermi della sua piccola e bellissima figlia, in modo da imprigionare per sempre l’anima del potente mago nel limbo dei traditori. E il re, che in realtà se la intendeva con la duchessa da molto tempo anche alle spalle del defunto duca, non ci pensò due volte e fece quello che gli consigliava la donna.
Mandò nottetempo dei soldati alla casa del povero vecchio, presero in ostaggio la bambina dai capelli neri e fermandole le parole con una mano guantata di nero, le uccisero il padre davanti, mentre ancora era avvolto dalle splendide e gioiose braccia di Morfeo. Novantasei furono le pugnalate che il vecchio ricevette nel sonno, ma fortunatamente per lui morì alla prima che gli trafisse il cuore arrivando fino al materasso. E mentre gli uomini del re compivano quel massacro insensato, la bambina era costretta immobile ad osservare, e gli occhi le si riempivano di lacrime. Poi fu lasciata da sola in quella casa, accanto al corpo del padre, mentre in lontananza risuonava il passo marziale dei soldati che si allontanavano. E quanto pianse! E quanto urlò! E alla fine impazzì. Si mise in un angolo, con le ginocchia strette al corpo e iniziò a dondolarsi con lo sguardo vitreo fisso sul corpo del padre, ormai facile preda dei topi.
Venne portata in un lontano manicomio, e tra le strette pareti la piccola bambina, che ormai non era più una bambina, passava le sue giornate, tra topi, immondizia e suoni sinistri. Passarono gli anni, e nonostante le condizioni la bellezza della donna non accennava a diminuire, anzi sembrava diventare più bella ad ogni nascer di sole, a dispetto dell’ambiente che la circondava..
E un giorno un marchese che si trovava a visitar il manicomio la vide e se ne innamorò. La portò a casa, la lavò e la vestì di sete preziose e la bimba, che bimba non era più ormai, visse nel lusso, circondata dallo splendido amore del suo marito. E così passarono altri anni, ma quando il fato si mette può esser cattivo e crudele.
Un giorno piovoso, il marchese e la marchesa furono invitati ad un ballo nell’enorme villa di un ricco emissario di una potenza estera, insieme alle personalità di tutta l’Inghilterra. C’erano il Re e la Regina con tutta la corte, c’erano i magistrati dalle toghe nere e le parrucche bianche, c’erano i ricchi mercanti dal ventre prominente e i baffi arricciati e c’era, vestita di bianco e di nero, la Duchessa.
Ballava seguita da uno stuolo di uomini che la corteggiavano con gli occhi bramosi delle ricchezze che il defunto duca le aveva lasciato. Ma poi gli occhi delle due donne si incrociarono. E l’ira della duchessa, sopita dopo la morte del padre della bambina dai capelli neri si riaccese quando la vide vestita come una nobildonna accanto ad un uomo che di più belli e più giusti non ce n’era nell’intero regno.
Quindi salì su un tavolo e puntando il dito contro il marchese urlò : “Quell’uomo, quell’uomo ha attentato alle mie ricchezze e alle mie virtù cercando di costringermi ad unirmi in matrimonio con lui!” Ovviamente l’accusa non aveva nessun fondamento, ma per dissipare questa accusa fu chiesto aiuto a Dio e fu dichiarato un duello. Tutti gli spasimanti della duchessa contro il marchese. Lo scontro fu impari, ma le spade cozzarono e scintillarono, mentre uomo contro uomo andavano avanti i combattimenti. Undici spasimanti trapassò a fil di spada il marchese, che dalla sua aveva un’ottima maestria con la spada, ed uno solo rimaneva che tentava invano di parare i numerosi fendenti del marchese. Ma quando il combattimento stava per volgere al termine con la vittoria del giusto, la duchessa, infida e malvagia, mise lo sgambetto al marchese e lo fece cader con la schiena per terra. Quest’ultimo incapace di difendersi da quella posizione, venne ucciso, sgozzato dal colpo maldestro dell’avversario. E incapace di gridare, ne di parlare, guardò con occhi languidi la moglie prima di esalar l’ultimo respiro. E buttati via i cadaveri la festa continuò indisturbata, solo la marchesa piangeva in un angolo per aver perso di nuovo il suo unico motivo di vita.
Ma la Duchessa non si accontentò di averle distrutto la vita, doveva anche vantarsene, e accompagnata dal suo nuovo amante le si avvicino e le sussurrò all’orecchio: “Anche mio è il merito per la morte di tuo padre… e se la tua vita è un inferno è solo colpa tua, non dovevi tentare mio marito con il tuo corpicino da infante” detto questo si allontanò altezzosa e continuò a ballare al centro della sala.
E mentre la festa andava avanti nessuno notò che la giovane marchesa era fuggita, lasciandosi alle spalle le scarpe. Ed adesso correva a perdifiato per un lugubre e misterioso bosco. Gli alberi le graffiavano la pelle pallida, il fango le sporcava le gambe e il vestito di seta. Poi scese la notte e con essa il terribile manto di freddo. Ma la donna continuava a correre, ad inoltrasi nella foresta buia e minacciosa, senza domandarsi quale fosse la sua meta. Ed ad un certo punto arrivata in una piccola radura, vide, seduta su un masso mentre affilava un coltello con una piccola pietra, una vecchia dalla faccia rugosa e le mani stanche. Sfinita per la lunga corsa la marchesa decise di fermarsi e sedersi accanto alla vecchia.
Ed è così che tra le due donne iniziò un discorso. “Cosa ti porta qui piccola mia?” chiese la vecchia, mentre con le mani continuava ad affilare il coltello “La paura per una donna che mi ha rovinato tutta la vita” rispose con le lacrime agli occhi la marchesa. E le raccontò tutte gli sgarri che le aveva fatto la duchessa e di come ogni persona a lei cara era morta per mano della perfida megera. Ma ad un certo punto la vecchia si alzò e disse, con la sua voce gracchiante: “Ti voglio aiutare perché la tua storia mi ha intenerito il cuore” Poi indicando un circolo di pietre nel centro della radura “Accendi un fuoco li, e dopo ferisciti con questo coltello e fai in modo che il sangue cada nel fuoco, e ti assicuro dopo potrai tornare alla tua città più forte che mai, e non dovrai avere più paura della Duchessa”.
La Marchesa seguì alla lettera le istruzioni della vecchia e non appena la prima goccia di sangue si verso nelle fiamme, un vento fortissimo si alzò sulla radura. Macabri ululati si avvertivano dalla parte più lontana del bosco, e la luna, fino a quel momento limpida e luminosa si oscurò del tutto. E davanti al lei apparvero, nel buio della notte, due fuochi luminescenti che ad ogni respiro della donna crescevano sempre di più. Nessuno glielo aveva detto, ma lei lo sapeva. Quelli erano gli spiriti delle due persone per lei più importanti. Il padre e il marito.
Forte dei fantasmi che l’aiutavano e la proteggevano, si recò subito a palazzo ed entrò come una furia nella festa che ancora si svolgeva. Urlò e sbraitò contro la duchessa, che alla vista dei fantasmi iniziò a fuggire, ma la sua corsa venne interrotta da una ringhiera abbastanza robusta dove lei inciampò e cadde, toccando il terreno solo parecchi piani più in basso, seguita, uno alla volta dalla sua folta schiera di spasimanti e dal re stesso. La regina allora vedendo la potenza degli spiriti decise che sarebbe stato intelligente e furbo avere quella donna al suo fianco e così fece, la insignì della carica di veggente di corte e la tenne sempre accanto a lei.
E questo fu il destino della piccola bambina dai capelli neri e la pelle come porcellana, prima schernita e poi riverita… e visse in pace e felicità, ricoperta di tesori fino alla vecchiaia e quando morì il suo spirito si andò a ricongiungere con quello dei suoi cari che avevano sempre vegliato su di lei.
PROLOGO
Anno di grazia: 4.097. Pianeta: Egonia I.
Estratto dal diario di Estan d’Egon, savio governatore di Egonia
"Era un caldo mattino d'inverno, ed io nella mia residenza invernale, suonavo con armonia il piccolo baliset, donatomi dalle mie figlie per il mio 46° compleanno. La stella splendeva forte sopra le nostre teste, facendo sbocciare il giardino di mille e mille colori, tutto intorno a me...
Mia moglie si trovava sulla veranda del nostro piccolo palazzo, e sentivo le dolci e argentee voci delle bambine provenire da qualche parte alla mia destra, nascoste dall'intrico di Grendifoglie e Mantobianche...
Tutto faceva presagire una calma assoluta, e il giorno sembrava scorrere come tutti gli altri...
Stavo cercando disperatamente di strimpellare la sinfonia in do maggiore di Stranchery, quando delle voci mi arrivarono dalle mura esterne del palazzo. Posai con cura il baliset nella custodia, e mi alzai con calma per andare a vedere cosa era successo. Nel compiere questa operazione, che alla mia età può essere considerata comunque un poco noiosa, notai che il cielo si era colorato di un rosso sangue. Le mie più recondite paure si risvegliarono e accellerai il passo. Ordinai ad un cavaliere di aprire il portone e di annullare gli schermi protettivi, e subito mi fiondai fuori non curante per la mia salute...
Quello che vidi fu angosciante...
Davanti a me, sul terreno annerito, si trovavano sparsi i resti di quella che doveva essere stata una nave cargo, la poppa si trovava ad una decina di metri sulla mia destra e la prua invece lontana sulla sinistra. In terra pezzi di metallo, resti di motori, qualche cristallo e piccole botti in acciaio che dal simbolo capii che dovevano contenere deuterio.
Subito capi quello che era successo: Una nave doveva essere stata attaccata nelle vicinanze del mio pianeta, e i resti erano precipitati, proprio lì, davanti il mio palazzo, con il rischio di finire me e la mia carissima famiglia. Per fortuna lo scudo aveva annullato sia il rumore che l'impatto.
Mentre osservavo la scena ammutolito, notai che due dei miei cavalieri tiravano fuori qualcosa di vagamente umano dalla carcassa della prua. Quando mi resi conto che era ancora vivo, spiccai un balzo e mi diressi da lui.
Indossava una tuta arancione e all'altezza della vita aveva il corpo tagliato di netto... La faccia livida e con gli occhi fuori dalle orbite, sputava sangue in continuazione e, devo essere sincero, era l'unico indizio che fosse vivo. Subito diedi ordine ai cavalieri di portarlo all'ospedale, dove sarebbe stato curato nel miglior modo possibile.
Detto ciò feci chiamare le unità ripulitrici e ritornai nella tranquillità del mio palazzo.
Ma era inutile negare che quell'evento mi aveva scosso, per poco la tragedia era stata mancata. Bastava che quel mezzo, fosse stato spostato di qualche metro e dubito che lo scudo del palazzo avrebbe potuto reggere l'impatto.
Quella stessa sera, nella solitudine del mio studio, chiamai allo schermofono il mio fedele feldmaresciallo Harrington. La sua faccia paffuta riempiva totalmente lo schermo, mentre i baffi, di un grigio chiaro, coprivano la bocca.
Dopo il classico saluto alle stelle, che da tempi immemori apre qualsiasi conversazione, gli domandai con impazienza sull’evento che aveva riempito la mia mattinata…
Le risposte furono agghiaccianti: con la sua voce paffuta e la sua loquela lenta ma capace, mi informò il possibile inizio di una guerra che avrebbe potuto coinvolgere l’intero sistema solare, se non la galassia.
Da fonti raccomandabili aveva saputo che dal pianeta Soran era partita una quantità innumerevole di navi da guerra all’indirizzo del pianeta V. Le navi erano atterrate vomitando una moltitudine di uomini, che avevano trucidato senza pietà i poveri civili. Dal pianeta V ovviamente era scattata la controffensiva, e supportato dalla Coofederazione dei Regni Umani, aveva mosso battaglia, prima al piccolo pianeta Rough, avamposto dell’impero Soran, poi con l’arrivo di parecchie navi dall’esterno del sistema solare, aveva invaso il pianeta capitale, rovesciando il trono e prendendone il controllo. Il terribile Capitano Muni aveva trucidato la famiglia reale, e questo era parso come un atto di offesa nei confronti della A.M, l’alleanza mercantile, della quale l’impero Soran faceva parte. Questo è successo due giorni fa, poi stamattina, un nugolo di navi dall’esterno del sistema solare hanno invaso V. Il convoglio precipitato su Egonia I doveva essere quello di qualche profugo.
Adesso posso solo pregare le divinità, e sperare che questa guerra imminente non ci coinvolga tutti”
Gli avvenimenti qui narrati risalgo a prima della Grande guerra che coinvolse la galassia. E benché l’impero Soran ha sempre negato di aver mandato quelle navi per trucidare civili innocenti, la guerra esplose lo stesso, distruggendo buona parte della vita. Il diario che ho adesso tra le mani è nero, e consunto, come la mia anima è quella di tutti i sopravvissuti a quei tragici eventi. Il pianeta Egonia I è stato spazzato via, mentre io unico superstite di quella dinastia, vago adesso come un vagabondo su questo pianeta desolato…