Tutti siamo MATTI

"Ma io non voglio andare tra i matti" osservò Alice. "Oh, ma non hai scelta," disse il gatto "Siamo tutti matti da queste parti. Io sono matto. TU sei matta" "Come fai a sapere che sono matta" domandò Alice. "Non puoi non esserlo" disse il gatto "Altrimenti non saresti qua"
sabato, 13 dicembre 2008

Il lungo ritorno e il grande inizio (parte I)

E se la vita ci desse una seconda possibilità?

Johannes osservava la folla con sguardo sbigottito. La grande cattedrale si ergeva maestosa alle suo spalle, e nel sole freddo del mattino proiettava la sua ombra cupa su tutta la piazza. Il giovane austriaco dai capelli neri era in ginocchio su un piccolo palco allestito apposta per l'occasione, mentre al suo fianco un enorme uomo con il volto coperto da un panno nero brandiva una gigantesca ascia. La neve cadeva lentamente, imbiancando il paesaggio e rendendolo surreale. Correva l'anno 1791 e la città era Vienna.
Johannes si trovò a pensare alla sua vita sino ad allora, e nonostante tutto non riusciva a trovare motivi adatti per essere giustiziato così in pubblico, davanti quegli occhi freddi e indifferenti, mentre lui per tutta la vita aveva professato la libertà di pensiero, l'affrancamento del popolino dagli stenti che gravavano ogni giorno sulle persone comuni... quelle stesse persone che ora erano intorno al palco, rimpiendo piazza Santo Stefano, nella speranda di vedere la testa di Johannes rotolare sulle assi di legno.
Un aristocratico in livrea rossa leggeva sul bordo del palchetto una pergamena. I lunghi boccoli bianchi della parrucca gli cadevano ordinati sulle spalle fasciate dal colore sanguigno della giacca. La sua voce era sicura  e baritonale, mentre l'aria si riempiva delle accuse verso Johannes. E quando l'ascia si alzò la folla trattenne il respiro, poi ci fu un sibilo e un arco di gocce rosse macchiò la neve.

Johannes era steso su un prato in un parco, si alzò di scatto domandandosi cosa fosse successo. Un caldo sole estivo inondava il verde del parco mentre le fronde degli alberi sulla sua testa venivano scosse da una brezza di vento leggero. Le risate cristalline di alcuni bambini che rincorrevano la palla si sovrapponevano schiarivando l'aria. Di fronte a lui c'era un gruppo di persone, tutte strette che sussurravano tra di loro. Conosceva quel momento, l'aveva già vissuto. Non capendo ancora cosa fosse successo si alzò e risoluto si avviò verso il centro di quell'assembramento. Riconobbe gli splendidi occhi di Kathrin, di un blu paragonabile soltanto a quello del cielo d'estate, lo stesso cielo che ora faceva da sfondo al suo strano dejavu. Iniziò a parlare, e quello fu il momento in cui lui e i suo piccolo gruppo di rivoluzionari progettarono il piano di rovesciare il potere.

Il salto questa volta fu meno repentino. Johannes ricordava di essersi allontanato dalla folla (come aveva già fatto una volta in vita sua) e di essersi appartato con Kathrin (di nuovo) e dopo aver fatto l'amore si era addormentato. Si era risvegliato, ed adesso era di nuovo inverno. Anche questa scena aveva già vissuto, e la ricordava con piacere. Si trovava in una vecchia casa al centro di Vienna. Le assi scricchiolavano ad ogni suo passo e dalla finestra logora si intravedeva il candido manto della neve scendere sulla città ed avvolgerla. Ricordava gli scricchiolii delle scale fatte a due a due, e ricordava perfettamente il volto di Kathrin rigato di lacrime mentre entrava dalla porta. Un pianoforte lontano suonava qualche aria da Les Danaïdes di Salieri, e l'aria sembrava tanto pesante e solida da togliere il respiro. La donna gli si avvicino, e poggiando dolcemente il viso nel collo di lui, iniziò a sospirare tristemente, mentre il suono del suo pianto si confondeva con la musica. Nella mano un foglio, con un ritratto e una taglia, vergati come una triste promessa di morte. Il nome era Klaus Mysliveček, fratello di Kathrin. Lesse il volantino e sussurrò (per la seconda volta) nell'orecchio della giovane ragazza: "Porteremo noi a compimento quello che tuo fratello non è riuscito a fare" era una promessa, ma nel contempo anche una dichiarazione d'amore. Poi il volantino cadde da mano, e il buio si rimpossessò della sua vista.
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mercoledì, 12 novembre 2008

Popalong Cassidy (capitolo I - La televisione)

Lansdale insegna, ma noi siamo stolti per capire

Può capitare che, trovandoci di fronte a fatti strani, inspiegabili, la nostra mente si rifiuti di assimilarli, incamerandoli in un limbo al limite della nostra percezione.
Gianni stava tornando a casa. Aveva passato una serata solitaria al pub, aspettando invano che giungesse qualche amico con cui parlare del problema con Laura. Era stato seduto li da solo, nel buio alcoolico del locale per più di un'ora, osservando con non curanza lo schermo di un piccolo televisore posto dietro il bancone. Spesso nel celeste elettrico riusciva ad intravedere un enorme sorriso di qualcuno, o qualcosa, che veniva alternato con immagini che la mente di Gianni si rifiutava di riconoscere. E durante uno stacco pubblicitario si era alzato ed era uscito, lasciando pochi spiccioli per pagare la birra che non era riuscito a toccare.
Adesso pioveva, e rivoli di acqua melmosa scorrevano al lato del marciapiede perdendosi nei tombini con un lugubre gorgoglio. Le strade erano silenziose come mai prima di quella sera, pochi, anzi pochissimi passanti si muovevano frettolosi verso le proprie case, infagottati in improvvisati soprabiti o coperti da enormi ombrelli neri come la notte. Correvano, mettendo un piede davanti all'altro meccanicamente, con lo sguardo fisso dritto e il cervello evidentemente spento, residuo di una dura giornata di lavoro. Passavano affianco Gianni senza notarlo, schivandolo nella loro fretta di tornare a casa. Sembrava che il ragazzo fosse l'unico che riuscisse a godersi l'aria fresca e la pioggia sopra la pelle, il silenzio castrato della città interrotto solamente dal passaggio veloce di qualche macchina dal motore sbuffante.
Ma come tutte le belle cose anche queste splendide sensazione finirono una volta che davanti gli si presentò il portone di casa. Quel portone dove lui e Laura avevano fatto l'amore tante volte, veloci e silenziosi, reprimendo ogni mugugnio nel terrore che potesse arrivare qualcuno. Ma anche questo era svanito insieme alla sua storia. Con riluttanza salì le scale, illuminate da pochi neon malfunzionanti. Lunghe ombre si dibattevano sulle pareti, mentre le luci ad intermittenza davano una sensazione surreale. Gianni entrò dalla porta di casa e passò velocemente nella sala da pranzo, mugugnando un saluto alla famiglia. Sul lungo tavolo la cena era pronta, bottiglie erano accatastate al centro, come un inconcepibile scultura alla vita famigliare. I piatti fumanti erano davanti alle persone ancora interi, mentre i genitori e la sorella sedevano dritti, guardando la televisione. Nessuno rispose al saluto di Gianni, che si chiuse nella sua stanza, si sedette in un'angolo con le luci spente e si mise ad ascoltare la musica. Si sentiva avvolto in bozzolo di sicurezza, come se quel buio intorno lo preservasse dalle cattiverie del mondo che lo circondava. E la musica. La musica era la sua valvola di sfogo, riusciva a non pensare quando centinaia di decibel erano sparati attraverso le cuffie direttamente nel suo cervello. Si lasciava andare e non esisteva nient'altro. Anche la stessa consistenza del suo corpo sembrava sparire.
POtevano essere passati anni come potevano essere passate ore, quando Gianni decise di alzarsi e di andare in cucina per riempire lo stomaco. Non che ne sentisse veramente il bisogno, ma sgranchirsi le gambe e allontanarsi da quel bozzolo che minacciava di avvolgerlo era la cosa che doveva fare.
Aprì la porta della sua stanza con estrema cautela. Una luce blu elettrico lo investì come un fiume in piena. Non si aspettava quella strana luminosità che riempiva la casa e all'inizio ne fu stordito. Si mosse lentamente come un'automa, alla ricerca di quella che doveva essere la fonte di quella strana luminescenza che sembrava colare liquida dalle pareti. Un insistente ronzio sembrava espandersi con l'espandersi del blu, come se la casa fosse carica di energia statica. Fu solo quando arrivò nella sala da pranzo si rese conto di quello che stava succedendo. O più precisamente non si rese conto, visto che il suo cervello si rifiutava di assimilare l'immagine. Dovette guardare più volte ed osservare un numero infinito di momenti per realizzare. La scena era come l'aveva lasciata prima di rinchiudersi nel regno personale della sua stanza. I piatti ancora intatti erano ormai freddi, ma si trovavano nella stessa posizione, all'ombra della scultura postmoderna formata dalle bottiglie. Anche i genitori e la sorella erano seduti nella stessa identica posizione, con le posate ancora strette nel pugno e lo sguardo rivolto verso la televisione. Solo che la loro pelle si era seccata sulle ossa, sembravano invecchiati di almeno cento anni senza che si fossero mossi da quella posizione. I muscoli del volto lasciavano intravedere il cranio, le gengive si erano ritirate e i capelli si erano fatti radi. Vene blu elettrico pulsavano sotto il sottile strato di pelle.
Ma la cosa più terribile di quella scena era la televisione. Da essa si sprigionava tutta quella luminosità che sembrava invadere la casa, e strani fili, sottili come capelli, partivano dallo schermo e si infilavano nelle orbite sanguinolente di quelli che una volta erano stati gli ignarsi spettatori. Un solo programma sembrava essere proiettato, una bocca sorridente, con i denti bianchissimi e le labbra rosse, che galleggiava senza volto in un celeste acceso. Ogni tanto si apriva per parlare, ma nessun suono, escluso l'insistente ronzio proveniva dall'apparecchio.
Gianni tentò di avvicinarsi alla sorella, mosse con cautela un piede davanti all'altro, cercando di fare meno rumore possibile. Le si avvicinò e l'osservò. Lentamente il petto le si alzava e si abbassava, intervallato da diversi rantoli, come se i polmoni fossero pieni di liquido. Stava cercando di trarre delle conclusioni più razionali possibili quando quello che sembrava il cadavere della sorella si mosse. La mano scheletrica scattò con una velocità innaturale e si aggrappò ai fili che partivano dal televisore e si incastonavano nelle orbite. Cercò di strapparli, spalancò la mascella e urlo. Un urlo disumano, crudele e allo stesso tempo pieno di tristezza. Poi iniziò a dibbattersi, le braccia rachitiche si muovevano scompostamente nell'inutile sforzo di strappare quei fili, le gambe scalciavano un nemico invisibile. Il cadavere vivente spinse la tavola per l'aria, si alzò e cercò di fuggire. I piatti si rovesciarono per terra, il vino e l'acqua crearono pozzanghere nerastre sul pavimento, un rumore assordante di stoviglie in frantumi riempì la casa. Gianni indietreggiò spaventato, inciampò su una bottiglia che gli era rotolata sotto i piedi e finì steso per terrà. Fu un attimo, sentì di sbattere la testa sul pavimento e poi divenne tutto nero. Quando riaprì gli occhi, tutto era come prima...
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mercoledì, 08 ottobre 2008

Ritorno alla vita vera...

Meglio soli o male accompagnati?

Mi muovo tra la folla barcollando, spintonando, avanzando un centimetro alla volta. Mi hanno già chiamato dal palco un paio di volte, hanno detto il mio nome con voce atona, triste, senza passione. "Permesso" chiedo insistentemente, fino a spintonare un grassone vestito da Elvis che mi impedisce l'accesso alle scale. Salgo un gradino alla volta, regolando il fiato e respirando con ritmo. Non sono più teso come qualche giorno fa, ma un ritorno, per essere un ritorno deve essere in grande stile.
Sono ormai davanti al microfono, prendo fiato ed inizio a parlare "Saaalve, sono il cappellaio matto", e il pubblico di fronte a me risponde in coro "Ciaaao cappellaio matto!". Mi sembra di essere in una comunità per disintossicarmi, anche se qui molto spesso è il contrario.
"Sono stato lontano da questi lidi" mi schiarisco un attimo la gola "Per quasi un mese, solitario vagabondo di quella che per molti è la vita vera. Sono stato stressato, ma alla fine è finito tutto bene. La prima seduta di Vampirilivenapoli è andata a meraviglia e già questo mi fa molto contento, se poi contiamo che il fumetto per ora è arrivato alla redazione del luccacomics, possiamo dire che la mia contentezza aumenta in maniera sproporzionata. Ma adesso è tutto finito (o forse sta per ricominciare chissà?)" qualcuno mi interrompe la domanda mi investe come un camion in piena "E l'università? Ultimamente dicevi che l'avevi quasi finita" Gli sorrido, cercando di fare gli occhi più dolci che ho, poi ignoro la sua domanda e vado avanti, dritto alla conclusione del mio breve e denso discorso, voglioso di bearmi degli applausi di ben tornato della folla. Dentro di me mi illumino, so già come andrà a finire. "Adesso" li guardo, tutti, seduti sulle loro sedie digitali, e sussurro al microfono"sono tornato con voi, sono tornato su splinder!".
...
Silenzio... da qualche parte mi sembra di sentire il verso di un grillo solitario, mentre nella stanza con me sembra non esserci più nessuno...
...
Scendo dal palco mestamente con il capo chino, mentre alle mie spalle il ciccione con il vestito di Elvis prende il microfono e la folla ai suoi piedi esplode in un urlo famelico e gioioso...
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giovedì, 04 settembre 2008

Il cavaliere

Nirvana docet...

Intorno solo tenebre e fetore... Con uno scintillio tenue Samuel accese la torcia che portava sempre con se ed ispezionò con calma la grotta in cui si trovava. Era chiamata "Antro della Viverna" e il puzzo che sembrava esalare dalle rocce scure doveva, evidentemente, essere l'odore delle prede in decomposizione. Si guardò intorno, rimanendo sulla difensiva: la spada saldamente impugnata nella destra mentre le scritte runiche sull'elsa brillavano minacciose, nella sinistra, invece, aveva la torcia, unico baluardo contro il nero opprimente delle tenebre.
Ebbe un brivido quando un spiffero gelido come la morte soffiò dal fondo della caverna, infiltrandosi tra le crepe della sua vecchia armatura. Si riscosse e cerco di ricordare come era arrivato in quel luogo.
...
Si trovava in un villaggio poco lontano da li, raggi di sole si riflettevano sulle finestre inondando di felicità la gente che svolgeva le faccende quotidiane. Fiori sbocciavano sui cespugli ai lati delle case e il profumo dolce, misto a quello delle torte messe a raffreddare su tavoli all'esterno, riempiva l'aria. Una ragazza dai capelli biondi stava con fatica tirando l'acqua da un pozzo, l'esile corpo dalla pelle bianca che si contraeva tutto sotto lo sforzo. Samuel le si era avvicinato e con una solo strattone aveva portato a se il secchio e immergendo una mano aveva alzato poche gocce per bagnare la ragazza. Lei aveva sorriso, l'aveva abbracciato e l'aveva baciato appassionatamente. L'aria era fresca e gli uccellinoi cantavano felici sui rami carichi di frutti. Per Samuel quella era la perfezione.
Ma come tutte le cose belle, da li a poco sarebbe finita. Un'enorme ombra aveva oscurato il sole, e una bestia  gigantesca era scesa dall'alto devastando con un soffio di fuoco il villaggio. Dove c'era la felicità adesso c'erano solo macerie fumanti, corpi carbonizzati ed odore di morte. Soddisfatta la creatura si era mossa sulle zampe posteriori e si era girata verso di loro, l'enorme muso era aperto in una smorfia malvagia, la lingua rossa guizzava circondata da denti aguzzi. Aveva mosso le ali verso la ragazza, ma Samuel prontamente era saltato sulle spalle del mostro, aggrappandosi alle ali e tirando aveva cercato di farla  allontanare dalla ragazza. Ma la viverna se lo era scrollato di dosso con un movimento del busto, mandandolo a sbattere contro il pozzo. L'ultima cosa che Samuel vide prima di svenire fu l'essere alato che portava via la sua amata stretta nelle zampe.
...
Ed adesso si trovava li, nel disperato tentativo di salvare la ragazza, pieno di coraggio e di voglia di uccidere.
Dal fondo della caverna venne un rumore, lo stridio di numerose unghie affilate sulla nuda pietra. Poi una miriade di occhi rossi si fece largo tra il nero denso della caverna. "Vabbene allora" pensò Samuel "Farò fuori prima i tuoi sgherri".
Poi un suono ancor più strano gli riempì le orecchie e gli fluì nel cervello, parole incomprensibili gli si adagiarnono nella testa "Alovàt a namron!". Uno strano torpore gli invase le membra e, non appena l'eco di quella strana frase, fu sparito lui si ritrovò bloccato, i muscoli incapaci di rispondegli. Quella notte Samuel perì divorato da creature insensibili e di lui non si fece più parola nell'intero regno.
...
Altrove, in un mondo lontano, e anche molto differente, un ragazzino si alzava di fretta dalla sedia dopo essere stato chiamato a tavola dalla madre. Sullo schermo del televisore l'immagine di un guerriero in armatura con una spada e una torcia che si prepara ad affrontare creature orrende. Ma Norman, nella fretta, si era dimenticato di mettere in pausa il gioco e sullo schermo dopo alcuni istanti apparve una scritta rossa su fondo nero.
Game Over.
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domenica, 24 agosto 2008

L'ultimo libro

Disperati rigurgiti di vita...

Era un lettore ossessionato.
Viveva in una piccola casa nella periferia della città. Uno squallido bilocale dalle pareti stinte e le finestre piccole, incastrato in un enorme condominio pieno di famiglie urlanti e bambini dispettosi. Dalla finestra più grande, dalla quale non si sarebbe riuscita ad affacciarsi che una sola persona, si vedeva solo la città, un enorme agglomerato di cemento e rumore, un mondo senza immaginazione, lontano dalla fantasia. E allora lui leggeva. Si richiudeva nei suoi libri ed immaginava una vita diversa dove, eroe in qualche fantastica avventura, salvava damigelle e trovava l'amore della sua vita. Sognava terre lontane, di essere un esploratore coraggioso, un poliziotto inflessibile o un guerriero dalla spada lucente.
Ogni minuscolo anfratto di casa sua era piano di libri: gli armadi, dove pochi vestiti riposavano alla rinfusa tra le copertine di romanzi già letti, nel bagno, vicino ad asciugamani logore e vecchie, in cucina, circondati da formiche più avide di briciole e di avanzi che di cultura.
Unica amica del lettore era la piccola cassiera della libreria sottocasa. Era capitato una sola volta che avessero incrociato gli sguardi, gli occhi profondi di lei si erano immersi in quelli di lui e solo per un attimo la loro conoscenza sui libri si era fusa creando la più vasta biblioteca che il mondo umano avesse mai consociuto. Ma quell'attimo era finito poco dopo e, tristi, i due si erano allontanati per continuare la propria vita.
Lui era ritornato a casa e steso sul letto, aveva osservato la donna al suo fianco, una sagoma costruita con libri e copertine vecchie e illeggibili. Poi solitario, aveva reiniziato a leggere.
Aveva letto per tutta la vita, senza mai assaporare il mondo reale.
E al suo funerale c'erano solo personaggi di libri dimenticati di cui solo lui aveva avuto ancora memoria.
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martedì, 05 agosto 2008

Vampiri

Sogni incompleti di un pomeriggio afoso tra veglia e sonno...

Quanto lasciamo spesso che l'immaginazione vaghi tra forme oscure e ci riempia di paura,lasciandoci frementi in un angolo mentre i lati più neri della nostra mente prendono vita innanzi a noi, creando superstizione e leggende.
Spesso da una sola parola, sussurrata nella notte o vergata con timore su un pezzo di carta ingiallita, si dipana un intricato processo mentale che trasforma la nostra più semplice e innocua fantasia in una paura tangibile, oscura e molto spesso romantica.
E ora la penna sul foglio scorre veloce e scrive una sola triste parola: vampiro.
...
Lei sedeva su un vecchio sgabello di un pub di periferia, la schiena nuda appoggiata al bancone, gli occhi languidi che scrutavano la sala in cerca di una preda per quella serata. Era un misero raggio di luce in mezzo allo squallore. Il pub, pieno di ubriaconi e derelitti, era una vecchia bettola tenuta in piedi esclusivamente dalla forza di volontà del proprietario. Nell'aria non veleggiava il chiacchiericcio tipico della folla fremente, ma un silenzio macabro, interrotto solo da qualche colpo di tosse. Le luci soffuse illuminavano a stento le persone con la testa reclinata su di un bicchiere sicuramente vuoto. Lei era fuori posto, ma forse proprio per quello la sua bellezza e la sua arroganza risaltavano di più. Si alzò lentamente, passandosi una mano nei lunghi capelli scuri. Un piccolo neon che lampeggiava ad intermittenza la rendeva una visione evanescente, accentuando la sua pelle bianca e le sue labbra rosse come il sangue. Con movimenti lenti e sensuali passò tra i tavoli, facendo girare parecchie teste quando la sua ombra sfiorava la loro, poi con lo sguardo catturò la sua preda. Si morse il labbro inferiore nel vederlo e un piccolo rivolo di sangue le macchiò il mento. L'uomo era seduto in un angolo buio da solo. Il tavolo davanti a lui era ricoperto di bottiglie di birra vuote, e l'unica piena era trattenuta nelle sue grinfie. Lui era basso, dalle spalle larghe e il ventre prominente. Aveva la testa china e lo sguardo vacuo, e le luci si riflettevano sul suo cranio rasato alla meglio. La barba incolta gli dava un aspetto vecchio, trasandato, accentuato dal soprabito lercio che aveva steso sul tavolo. Lei lo guardò famelica, assaporando già sulla lingua il gusto acre della sua pelle sporca. Lo sapeva, quello era un uomo cattivo, che aveva commesso numerosi crimini in vita sua. Si sedette voluttuosa al fianco dell'uomo, spostando con una mano le numerose bottiglie vuote. Quando lui la vide, i suoi occhi brillarono di un'insana voglia. Lei gli si avvicinò e gli sussurrò parole di fuoco all'orecchio, lui in risposta prese una sigaretta dal soprabito e l'accese, con la mano fremente e l'occhio assetato. Poi lei gli si avvicinò al collo e prima lo baciò poi lo leccò. Il corpo dell'uomo fu scosso da un fremito, si alzò di corsa, raccogliendo il soprabito e lasciando intonsa la bottiglia di birra. Si mosse verso la porta tenendo stretta nella mano il braccio esile della donna. Uscirono dal pub e si buttarono nell'umido vicolo. Si abbracciarono stretti contro il muro, spingendo i corpi l'uno contro l'altra, le labbra di fuoco volavano riempiendo di baci la controparte, lui con rozza determinazione, lei con lenta e vorace sensualità. Poi ci fu un solo attimo in cui la danza si interruppe. Lei lo spinse a terra, lasciandolo senza fiato, lui la guardò dal basso in alto sconvolto. Le loro ombre sul muro si fusero e sparirono illuminate dal neon rosso del pub. Un grido stridulo riecheggio nella strada, scuotendo dai rami più alti gli uccelli.
Poi lui uscì dal vicolo, il volto soddisfatto e un rivolo di sangue che gli colava dalla bocca. Passo la mano sul mento e si avviò verso il centro della grande città.
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martedì, 29 luglio 2008

Il popolo delle caverne

Ecco cosa succede a dormire durante i viaggi

Diamo per scontato la nostra conoscenza del mondo che ci circonda. L'elevata tecnologia e la nostra arroganza ci hanno resi ciechi ai misteri che risiedono dietro l'angolo. Pensiamo che nulla più ci sorprenda, vivendo le nostre vite nell'apatia dell'ignoranza, senza la curiosità che spronò i nostri avi, convinti che non ci sia più nulla di quello che vediamo.
Ma ci sbagliamo.
Per esempio c'è un gruppo di uomini e donne che vive nelle profondità della terra in enormi grotte scavate dalla natura, che come le popolazioni aborigene, vivono di espedienti senza conoscere il mondo esterno. Estremamente superstizioni, venerano gli enormi vermi dal ventre trasparente che corrono urlando per le gallerie più grandi, lasciando enormi solchi luminosi sulle pareti di roccia dura, mentre il grido angosciante delle loro prede ancora vive che si dibattono nei loro stomaci lattiginosi riempie d'orrori i piccoli. Vanno in giro nudi, armati di pezzi di pietra levigata che usano per uccidere i topi e gli altri animali che si trovano a girare nelle profondità della terra. Essendo la visibilità scarsa, se non completamente assente in alcune grotte, comunicano con lunghi suoni gutturali, più per stabilire la loro posizione rispetto agli altri che per intavolare una discussione seria. Le tribù, composte molto spesso da un unico gruppo familiare di non più sette elementi, vivono a distanze enormi le une dalle altre e molto spesso uno tribù non incontrerà mai un membro di un altra per anni, se non per decenni. Gli spostamenti sono ridotti al minimo, essendo soprattuto tabù le grotte dei grandi vermi urlanti, che scavando e divorando tutto quello che si trovano davanti, uccidono chiunque provi ad entrare nel loro territorio. E questo è un vero peccato, perchè se qualche componente di questo popolo delle caverne riuscisse a percorrere per intero la galleria di uno di questi enormi vermi, arriverebbe a vedere il linoleuom scintillante del pavimento di una stazione della metropolitana, con i pendolari che aspettano pazientemente il treno.
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domenica, 15 giugno 2008

SenSa Titolo

E' un racconto che sto scrivendo, dovrebbe andare a far parte di una raccolta più ampia di scritti sempre incentrati sulla stessa cosa (che non vi rivelerò ). Non è completo, per un semplice motivo: non so se allungarlo o mantenerlo sul breve. Nel frattempo vi faccio leggere questo inizio...

Le pareti erano morbide e coperte di una fodera color osso. Piccoli bottoni di stoffa dello stesso colore creavano quadrati quasi perfetti.
Alex avrebbe voluto dipingerne alcuni di rosso. Con il suo sangue.
E avrebbe creato una scacchiera perfetta (o quasi) con la quale giocare le sue partite, e passare le lunghissime ore che separano l'alba dal tramonto.
Non che riuscisse veramente a tenere bene il conto del giorno della notte. La stretta finestra sul limitare del muro era troppo in alto perchè lui potesse vedere qualcosa. A volte non riusciva nemmeno a distinguere se fuori il sole splendeva o la luna era già alta.
Quando era arrivato aveva tentato di scandire il tempo in maniera elementare: ora è il momento di dormire, ora è il momento di essere svegli. Ma con quella stretta camicia era difficile prendere sonno. Anche adesso che era passato tanto tempo dalla sua prima notte, le cuciture gli graffiavano la pelle rendendola livida.
Sentì raschiare vicino alla porta. Si alzò lentamente, sforzandosi unicamente sulle gambe. Aveva gli occhi infossati e la barba incolta. Sulla testa i suoi pochi capelli neri erano schermigliati. Un piccolo rivolo di bava gli pendeva dalle labbra.
Davanti a lui si aprì il piccolo sportellino all'altezza degli occhi. Una lama di luce azzurrognola fendette l'oscurità della stanza, ferendo gli occhi di Alex. Una voce altalenante lo chiamò: "Alexander Serbos? Vieni qui, il dottore ti vuole parlare". Lui si mosse quasi come un automa, mentre le gambe malferme lo reggevano appena. Si udì il chiavistello scattare e un cigolio profondo accompagnò l'aprirsi della porta. Deliniata dalla luce di lampade elettriche, una figura ovaleggiante con uno strano cappello e numerosi menti gli faceva segno di avvicinarsi. La targhetta sul camice portava inciso il nome, ma erano lettere sfocate,lontane. Era tutto così.Alex riusciva a stento a capire che lo stavano sollevando di peso e issando sul lettino. Sotto di lui il pavimento a scacchi governava la sala e gli sembrava di sentire echii di risate. Ma non riusciva a capire se erano reali o solo nella sua testa. Steso con la testa sul morbido cuscino venne trasportato per lunghi corridoi, riusciva a vedere le due figure uguali che spingevano il lettino: stesso cappello, stesso camice, stessi doppimenti. Sul soffitto, alternate, tristi lampade illuminavano a tratti il lungo corridoio. Sotto di lui, lo sferragliare delle ruote del lettino era quasi impnotico. Era troppo occupato ad ascoltarlo per rendersi conto che uno dei due infermieri gli stava per infilare un ago nel braccio. Il dolore arrivò lancinante e improvviso, un mare di fuoco che si spingeva a forza nelle sue vene, facendosi strada a suon di cazzotti fino al cervello. Lo stato comatoso stava lentamente finendo, riportandolo con cattiveria e crudezza alla dura realtà. Parole senza collegamenti galleggiavano nel suo cervello. Meraviglie. Pan. Manicomio e Dottore. Cercava con tutta la sua volontà (che piano piano andava riformandosi) di metterle e insieme e tirarne fuori qualcosa di sensato.
Venne messo a sedere sul lettino e sentì che un panno freddo gli veniva passato sulla fronte. Era consapevole di stare sudando copiosamente, ma le braccia erano ancora inerti al suo fianco, come se gli impulsi nervosi si fermassero all'altezza della spalla, lontani dalla loro meta finale. Poi un palmo di una mano lo colpì violentemente al volto e una voce melluflua disse "Si lo so, non è così che si inizia, ma il medicinale sta facendo effetto troppo lentamente, la prego signor Serbos, si concentri e cerchi di riprendersi" e di nuovo fu schiaffeggiato, questa volta con più irruenza della prima. Adesso riusciva, anche se lentamente, a concentrare il suo sguardo su i due infermieri. Erano due gemelli dal ventre prominente ed entrambi, sotto al camice bianco sporco, indossavano una salopette di jeans. Alexander cercò di scendere dal lettino, puntellandosi con le mani e facendo forza. Ma le gambe, a contatto con il pavimento, non lo ressero e caddero molli trascinando con loro il resto del corpo. Per l'uomo la caduta avvenne a rallentatore. Vide gli infermieri cercare di afferrarlo, ma si muovevano troppo lentamente anche solo per sperare di arrestare il suo rovinare, vide in un angolo di corridoio un topo che manteneva un pezzo di carne con le zampe e lo spolpava con avidi morsi, vide il pavimento a scacchi rossi e neri divenire sempre più vicino, sempre di più... E nell'attimo dell'impatto il suo cervello sopito si risvegliò e divenne completamente cosciente della sua situazione. Era in un manicomio, ci era stato portato diversi mesi prima dopo aver avuto una strana avventura, la maggior parte del tempo sedato ed ora lo riportavano a parlare di nuovo con quello strano dottore.

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venerdì, 23 maggio 2008

Piccola Fiaba Macabra

Non mi sono mai considerato un bravo scrittore, ne tantomeno uno scrittore, ma leggere le fiabe dei fratelli Grimm mi ha dato l'ispirazione per scrivere un piccolo racconto, una fiaba cattiva, così lontana dalle fiabe buoniste dei due scrittori tedeschi, eppur così vicina nella struttura del racconto.
 

C’era una volta, in una piccola città dell’Inghilterra degli inizi del novecento, una bambina dallo splendido aspetto. Aveva la pelle candida come porcellana appena smaltata, lunghi capelli neri che le scendevano sulle spalle minute e grandi occhi del colore della notte senza stelle. Viveva in una piccola casa ai  margini della città insieme al suo vecchio padre, un testardo inventore dai capelli bianchi e la faccia rugosa. Entrambi si volevano molto bene e ogni giorno si giuravano che la vita non sarebbe potuta continuare senza la presenza dell’altro. La bambina era molto amata nel suo piccolo quartiere, era gentile ed educata con tutti e, nonostante il lavoro del padre riuscisse a stento a mettere il pane sulla tavola, lei rifiutava le continue proposte di matrimonio di gentiluomini dall’alto reddito che venivano dalle città lontane per incontrarla.

Ma il fato, triste e cattivo, volle che anche un facoltoso duca di un luogo vicino volesse fare della bambina la sua amante. Tornava ad intervalli regolari nella piccola città per portare enormi regali alla bimba dai capelli neri e puntualmente veniva respinto, con dolcezza e cortesia, ma veniva respinto. Purtroppo, un giorno, l’incontro tra il duca e la bambina avvenne sulle rive di un lago e, mentre i due bagnavano i piedi nudi nell’acqua, un corvaccio tetro e malefico passò di là. Vide la scena e con fredda determinazione corse dalla duchessa per riferire quello che aveva visto con i suoi occhi da rapace.

“Vi dirò una cosa che vi interesserà sapere” disse con la sua voce gracchiante, mentre con le zampine esili si spostava sul bordo della finestra “E vi costerà soltanto un sacco di grano, quello buono, in modo da poter saziare me e la mia famiglia”. La duchessa non se lo fece ripetere due volte e ordinò ai suoi servi (con voce stridula che rivaleggiava con quella della cornacchia) di dare all’uccello un enorme sacco di grano, di quello migliore. Ed appena questo fu posato vicino alle zampe dell’animale, il gracchiare riempì l’alta volta della sala, producendo un eco dal terribile sentore. “Vostro marito, il duca, si bagna i piedi nel lago con una bambina di una piccola città qui vicino, le porta regali e la adula, dimenticandosi che il suo amore va a voi e a voi deve rimanere” detto questo il corvo, con gli artigli ingialliti dalle intemperie prese il sacco di grano e volò via dalla finestra.

Ma caso volle che il sacco fosse troppo pesante per un solo uccello e lui, che non aveva famiglia ma aveva bellamente mentito, si dovesse fermare per riposarsi in una fitta palude, dove, mentre era distratto, un velenosissimo serpente lo morse e se lo mangiò.

Ma tornando alla nostra storia, la duchessa, dopo la rivelazione del corvo, andò su tutte le furie, ma non urlò, ne strepitò, e anzi rimuginava mestamente sulle prossime azioni da compiere. E tanto che meditò, e tanto che pensò, che le venne in mente un’idea talmente malvagia da competere con quelle del diavolo in persona.

Attese che il marito tornasse a casa, poi quando furono entrambi a cena, la duchessa, con falsa adulazione e un pizzico di sadismo femminile, gli chiese dove fosse stato tutta la giornata. “In una città qui vicino, perché, cosa ti interessa moglie mia?” “Nulla, nulla” rispose la perfida donna e mentre il marito si distraeva vicino al camino, versò del potente veleno di mandragora veritiera nel bicchiere dell’uomo. E tra spasmi e dolori il marito morì sull’enorme tavolo della sala da pranzo, riverso tra un cappone e uno sformato di formaggio, con gli occhi rivolti verso il cielo e una mano sul cuore. Ma l’effetto della magica pianta non era solo questo, anzi permetteva di porre domande ai morti e  di saper esattamente la verità. E quello che chiese la perfida duchessa fu solo di saper dove trovare la bellissima bambina dai capelli neri, così da poterla punire per aver anche solamente tentato di rubarle il marito. E mentre le labbra del morto si muovevano meccanicamente sotto l’effetto del magico veleno, la donna rideva e rideva, con la testa inclinata verso l’alto soffitto.

Il giorno dopo si vestì di tutto punto ed uscì accompagnata dai suoi paggi. Salita che fu sulla splendida carrozza, iniziò subito a sfregarsi le mani per la contentezza e la perfezione del suo piano e gli occhi gli luccicavano di un odio così puro e intenso che difficilmente si è visto anche all’inferno.

Andò dal re, e con voce suadente e melodiosa, lo convinse che il padre della bambina dai capelli neri era un potente stregone e che con l’aiuto di forze malvagie cercasse di complottare contro la corona. Gli disse che l’unico modo per fermar un così malvagio individuo fosse quello di ucciderlo nel sonno, davanti gli occhi inermi della sua piccola e bellissima figlia, in modo da imprigionare per sempre l’anima del potente mago nel limbo dei traditori. E il re, che in realtà se la intendeva con la duchessa da molto tempo anche alle spalle del defunto duca, non ci pensò due volte e fece quello che gli consigliava la donna.

Mandò nottetempo dei soldati alla casa del povero vecchio, presero in ostaggio la bambina dai capelli neri e fermandole le parole con una mano guantata di nero, le uccisero il padre davanti, mentre ancora era avvolto dalle splendide e gioiose braccia di Morfeo. Novantasei furono le pugnalate che il vecchio ricevette nel sonno, ma fortunatamente per lui morì alla prima che gli trafisse il cuore arrivando fino al materasso. E mentre gli uomini del re compivano quel massacro insensato, la bambina era costretta immobile ad osservare, e gli occhi le si riempivano di lacrime. Poi fu lasciata da sola in quella casa, accanto al corpo del padre, mentre in lontananza risuonava il passo marziale dei soldati che si allontanavano. E quanto pianse! E quanto urlò! E alla fine impazzì. Si mise in un angolo, con le ginocchia strette al corpo e iniziò a dondolarsi con lo sguardo vitreo fisso sul corpo del padre, ormai facile preda dei topi.

Venne portata in un lontano manicomio, e tra le strette pareti la piccola bambina, che ormai non era più una bambina, passava le sue giornate, tra topi, immondizia e suoni sinistri. Passarono gli anni, e nonostante le condizioni la bellezza della donna non accennava a diminuire, anzi sembrava diventare più bella ad ogni nascer di sole, a dispetto dell’ambiente che la circondava..

E un giorno un marchese che si trovava a visitar il manicomio la vide e se ne innamorò. La portò a casa, la lavò e la vestì di sete preziose e la bimba, che bimba non era più ormai, visse nel lusso, circondata dallo splendido amore del suo marito. E così passarono altri anni, ma quando il fato si mette può esser cattivo e crudele.

Un giorno piovoso, il marchese e la marchesa furono invitati ad un ballo nell’enorme villa di un ricco emissario di una potenza estera, insieme alle personalità di tutta l’Inghilterra. C’erano il Re e la Regina con tutta la corte, c’erano i magistrati dalle toghe nere e le parrucche bianche, c’erano i ricchi mercanti dal ventre prominente e i baffi arricciati e c’era, vestita di bianco e di nero, la Duchessa.

Ballava seguita da uno stuolo di uomini che la corteggiavano con gli occhi bramosi delle ricchezze che il defunto duca le aveva lasciato. Ma poi gli occhi delle due donne si incrociarono. E l’ira della duchessa, sopita dopo la morte del padre della bambina dai capelli neri si riaccese quando la vide vestita come una nobildonna accanto ad un uomo che di più belli e più giusti non ce n’era nell’intero regno.

Quindi salì su un tavolo e puntando il dito contro il marchese urlò : “Quell’uomo, quell’uomo ha attentato alle mie ricchezze e alle mie virtù cercando di costringermi ad unirmi in matrimonio con lui!” Ovviamente l’accusa non aveva nessun fondamento, ma per dissipare questa accusa fu chiesto aiuto a Dio e fu dichiarato un duello. Tutti gli spasimanti della duchessa contro il marchese. Lo scontro fu impari, ma le spade cozzarono e scintillarono, mentre uomo contro uomo andavano avanti i combattimenti. Undici spasimanti trapassò a fil di spada il marchese, che dalla sua aveva un’ottima maestria con la spada, ed uno solo rimaneva che tentava invano di parare i numerosi fendenti del marchese. Ma quando il combattimento stava per volgere al termine con la vittoria del giusto, la duchessa, infida e malvagia, mise lo sgambetto al marchese e lo fece cader con la schiena per terra. Quest’ultimo incapace di difendersi da quella posizione, venne ucciso, sgozzato dal colpo maldestro dell’avversario. E incapace di gridare, ne di parlare, guardò con occhi languidi la moglie prima di esalar l’ultimo respiro. E buttati via i cadaveri la festa continuò indisturbata, solo la marchesa piangeva in un angolo per aver perso di nuovo il suo unico motivo di vita.

Ma la Duchessa non si accontentò di averle distrutto la vita, doveva anche vantarsene, e accompagnata dal suo nuovo amante le si avvicino e le sussurrò all’orecchio: “Anche mio è il merito per la morte di tuo padre… e se la tua vita è un inferno è solo colpa tua, non dovevi tentare mio marito con il tuo corpicino da infante” detto questo si allontanò altezzosa e continuò a ballare al centro della sala.

E mentre la festa andava avanti nessuno notò che la giovane marchesa era fuggita, lasciandosi alle spalle le scarpe. Ed adesso correva a perdifiato per un lugubre e misterioso bosco. Gli alberi le graffiavano la pelle pallida, il fango le sporcava le gambe e il vestito di seta. Poi scese la notte e con essa il terribile manto di freddo. Ma la donna continuava a correre, ad inoltrasi nella foresta buia e minacciosa, senza domandarsi quale fosse la sua meta. Ed ad un certo punto arrivata in una piccola radura, vide, seduta su un masso mentre affilava un coltello con una piccola pietra, una vecchia dalla faccia rugosa e le mani stanche. Sfinita per la lunga corsa la marchesa decise di fermarsi e sedersi accanto alla vecchia.

Ed è così che tra le due donne iniziò un discorso. “Cosa ti porta qui piccola mia?” chiese la vecchia, mentre con le mani continuava ad affilare il coltello “La paura per una donna che mi ha rovinato tutta la vita” rispose con le lacrime agli occhi la marchesa. E le raccontò tutte gli sgarri che le aveva fatto la duchessa e di come ogni persona a lei cara era morta per mano della perfida megera. Ma ad un certo punto la vecchia si alzò e disse, con la sua voce gracchiante: “Ti voglio aiutare perché la tua storia mi ha intenerito il cuore” Poi indicando un circolo di pietre nel centro della radura “Accendi un fuoco li, e dopo ferisciti con questo coltello e fai in modo che il sangue cada nel fuoco, e ti assicuro dopo potrai tornare alla tua città più forte che mai, e non dovrai avere più paura della Duchessa”.

La Marchesa seguì alla lettera le istruzioni della vecchia e non appena la prima goccia di sangue si verso nelle fiamme, un vento fortissimo si alzò sulla radura. Macabri ululati si avvertivano dalla parte più lontana del bosco, e la luna, fino a quel momento limpida e luminosa si oscurò del tutto. E davanti al lei apparvero, nel buio della notte, due fuochi luminescenti che ad ogni respiro della donna crescevano sempre di più. Nessuno glielo aveva detto, ma lei lo sapeva. Quelli erano gli spiriti delle due persone per lei più importanti. Il padre e il marito.

Forte dei fantasmi che l’aiutavano e la proteggevano, si recò subito a palazzo ed entrò come una furia nella festa che ancora si svolgeva. Urlò e sbraitò contro la duchessa, che alla vista dei fantasmi iniziò a fuggire, ma la sua corsa venne interrotta da una ringhiera abbastanza robusta dove lei inciampò e cadde, toccando il terreno solo parecchi piani più in basso, seguita, uno alla volta dalla sua folta schiera di spasimanti e dal re stesso. La regina allora vedendo la potenza degli spiriti decise che sarebbe stato intelligente e furbo avere quella donna al suo fianco e così fece, la insignì della carica di veggente di corte e la tenne sempre accanto a lei.

E questo fu il destino della piccola bambina dai capelli neri e la pelle come porcellana, prima schernita e poi riverita… e visse in pace e felicità, ricoperta di tesori fino alla vecchiaia e quando morì il suo spirito si andò a ricongiungere con quello dei suoi cari che avevano sempre vegliato su di lei.


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in racconti


domenica, 26 agosto 2007

Il vagabondo

Questa del vagabondo è una serie di piccoli racconti che scrissi molto tempo fa. Ammetto che in quel tempo leggevo molto Aasimov e Herbert e alcune cose sono spudoratamente ispirate a quelle di questi grandi autori.
Adesso dopo alcuni anni la posto su questo blog, perchè mi paicerebbe ricevere un commento  (sia positivo che negativo) anche da qualcun'altro!

PROLOGO

Anno di grazia: 4.097. Pianeta: Egonia I.

Estratto dal diario di Estan d’Egon, savio governatore di Egonia

"Era un caldo mattino d'inverno, ed io nella mia residenza invernale, suonavo con armonia il piccolo baliset, donatomi dalle mie figlie per il mio 46° compleanno. La stella splendeva forte sopra le nostre teste, facendo sbocciare il giardino di mille e mille colori, tutto intorno a me...
Mia moglie si trovava sulla veranda del nostro piccolo palazzo, e sentivo le dolci e argentee voci delle bambine provenire da qualche parte alla mia destra, nascoste dall'intrico di Grendifoglie e Mantobianche...
Tutto faceva presagire una calma assoluta, e il giorno sembrava scorrere come tutti gli altri...
Stavo cercando disperatamente di strimpellare la sinfonia in do maggiore di Stranchery, quando delle voci mi arrivarono dalle mura esterne del palazzo. Posai con cura il baliset nella custodia, e mi alzai con calma per andare a vedere cosa era successo. Nel compiere questa operazione, che alla mia età può essere considerata comunque un poco noiosa, notai che il cielo si era colorato di un rosso sangue. Le mie più recondite paure si risvegliarono e accellerai il passo. Ordinai ad un cavaliere di aprire il portone e di annullare gli schermi protettivi, e subito mi fiondai fuori non curante per la mia salute...

Quello che vidi fu angosciante...

Davanti a me, sul terreno annerito, si trovavano sparsi i resti di quella che doveva essere stata una nave cargo, la poppa si trovava ad una decina di metri sulla mia destra e la prua invece lontana sulla sinistra. In terra pezzi di metallo, resti di motori, qualche cristallo e piccole botti in acciaio che dal simbolo capii che dovevano contenere deuterio.

Subito capi quello che era successo: Una nave doveva essere stata attaccata nelle vicinanze del mio pianeta, e i resti erano precipitati, proprio lì, davanti il mio palazzo, con il rischio di finire me e la mia carissima famiglia. Per fortuna lo scudo aveva annullato sia il rumore che l'impatto.
Mentre osservavo la scena ammutolito, notai che due dei miei cavalieri tiravano fuori qualcosa di vagamente umano dalla carcassa della prua. Quando mi resi conto che era ancora vivo, spiccai un balzo e mi diressi da lui.

Indossava una tuta arancione e all'altezza della vita aveva il corpo tagliato di netto... La faccia livida e con gli occhi fuori dalle orbite, sputava sangue in continuazione e, devo essere sincero, era l'unico indizio che fosse vivo. Subito diedi ordine ai cavalieri di portarlo all'ospedale, dove sarebbe stato curato nel miglior modo possibile.

Detto ciò feci chiamare le unità ripulitrici e ritornai nella tranquillità del mio palazzo.
Ma era inutile negare che quell'evento mi aveva scosso, per poco la tragedia era stata mancata. Bastava che quel mezzo, fosse stato spostato di qualche metro e dubito che lo scudo del palazzo avrebbe potuto reggere l'impatto.

Quella stessa sera, nella solitudine del mio studio, chiamai allo schermofono il mio fedele feldmaresciallo Harrington. La sua faccia paffuta riempiva totalmente lo schermo, mentre i baffi, di un grigio chiaro, coprivano la bocca.

Dopo il classico saluto alle stelle, che da tempi immemori apre qualsiasi conversazione, gli domandai con impazienza sull’evento che aveva riempito la mia mattinata…

Le risposte furono agghiaccianti: con la sua voce paffuta e la sua loquela lenta ma capace, mi informò il possibile inizio di una guerra che avrebbe potuto coinvolgere l’intero sistema solare, se non la galassia.

Da fonti raccomandabili aveva saputo che dal pianeta Soran era partita una quantità innumerevole di navi da guerra all’indirizzo del pianeta V. Le navi erano atterrate vomitando una moltitudine di uomini, che avevano trucidato senza pietà i poveri civili. Dal pianeta V ovviamente era scattata la controffensiva, e supportato dalla Coofederazione dei Regni Umani, aveva mosso battaglia, prima al piccolo pianeta Rough, avamposto dell’impero Soran, poi con l’arrivo di parecchie navi dall’esterno del sistema solare, aveva invaso il pianeta capitale, rovesciando il trono e prendendone il controllo. Il terribile Capitano Muni aveva trucidato la famiglia reale, e questo era parso come un atto di offesa nei confronti della A.M, l’alleanza mercantile, della quale l’impero Soran faceva parte. Questo è successo due giorni fa, poi stamattina, un nugolo di navi dall’esterno del sistema solare hanno invaso V. Il convoglio precipitato su Egonia I doveva essere quello di qualche profugo.

Adesso posso solo pregare le divinità, e sperare che questa guerra imminente non ci coinvolga tutti”

Gli avvenimenti qui narrati risalgo a prima della Grande guerra che coinvolse la galassia. E benché l’impero Soran ha sempre negato di aver mandato quelle navi per trucidare civili innocenti, la guerra esplose lo stesso, distruggendo buona parte della vita. Il diario che ho adesso tra le mani è nero, e consunto, come la mia anima è quella di tutti i sopravvissuti a quei tragici eventi. Il pianeta Egonia I è stato spazzato via, mentre io unico superstite di quella dinastia, vago adesso come un vagabondo su questo pianeta desolato…

 

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