Tutti siamo MATTI

"Ma io non voglio andare tra i matti" osservò Alice. "Oh, ma non hai scelta," disse il gatto "Siamo tutti matti da queste parti. Io sono matto. TU sei matta" "Come fai a sapere che sono matta" domandò Alice. "Non puoi non esserlo" disse il gatto "Altrimenti non saresti qua"
mercoledì, 12 novembre 2008

Popalong Cassidy (capitolo I - La televisione)

Lansdale insegna, ma noi siamo stolti per capire

Può capitare che, trovandoci di fronte a fatti strani, inspiegabili, la nostra mente si rifiuti di assimilarli, incamerandoli in un limbo al limite della nostra percezione.
Gianni stava tornando a casa. Aveva passato una serata solitaria al pub, aspettando invano che giungesse qualche amico con cui parlare del problema con Laura. Era stato seduto li da solo, nel buio alcoolico del locale per più di un'ora, osservando con non curanza lo schermo di un piccolo televisore posto dietro il bancone. Spesso nel celeste elettrico riusciva ad intravedere un enorme sorriso di qualcuno, o qualcosa, che veniva alternato con immagini che la mente di Gianni si rifiutava di riconoscere. E durante uno stacco pubblicitario si era alzato ed era uscito, lasciando pochi spiccioli per pagare la birra che non era riuscito a toccare.
Adesso pioveva, e rivoli di acqua melmosa scorrevano al lato del marciapiede perdendosi nei tombini con un lugubre gorgoglio. Le strade erano silenziose come mai prima di quella sera, pochi, anzi pochissimi passanti si muovevano frettolosi verso le proprie case, infagottati in improvvisati soprabiti o coperti da enormi ombrelli neri come la notte. Correvano, mettendo un piede davanti all'altro meccanicamente, con lo sguardo fisso dritto e il cervello evidentemente spento, residuo di una dura giornata di lavoro. Passavano affianco Gianni senza notarlo, schivandolo nella loro fretta di tornare a casa. Sembrava che il ragazzo fosse l'unico che riuscisse a godersi l'aria fresca e la pioggia sopra la pelle, il silenzio castrato della città interrotto solamente dal passaggio veloce di qualche macchina dal motore sbuffante.
Ma come tutte le belle cose anche queste splendide sensazione finirono una volta che davanti gli si presentò il portone di casa. Quel portone dove lui e Laura avevano fatto l'amore tante volte, veloci e silenziosi, reprimendo ogni mugugnio nel terrore che potesse arrivare qualcuno. Ma anche questo era svanito insieme alla sua storia. Con riluttanza salì le scale, illuminate da pochi neon malfunzionanti. Lunghe ombre si dibattevano sulle pareti, mentre le luci ad intermittenza davano una sensazione surreale. Gianni entrò dalla porta di casa e passò velocemente nella sala da pranzo, mugugnando un saluto alla famiglia. Sul lungo tavolo la cena era pronta, bottiglie erano accatastate al centro, come un inconcepibile scultura alla vita famigliare. I piatti fumanti erano davanti alle persone ancora interi, mentre i genitori e la sorella sedevano dritti, guardando la televisione. Nessuno rispose al saluto di Gianni, che si chiuse nella sua stanza, si sedette in un'angolo con le luci spente e si mise ad ascoltare la musica. Si sentiva avvolto in bozzolo di sicurezza, come se quel buio intorno lo preservasse dalle cattiverie del mondo che lo circondava. E la musica. La musica era la sua valvola di sfogo, riusciva a non pensare quando centinaia di decibel erano sparati attraverso le cuffie direttamente nel suo cervello. Si lasciava andare e non esisteva nient'altro. Anche la stessa consistenza del suo corpo sembrava sparire.
POtevano essere passati anni come potevano essere passate ore, quando Gianni decise di alzarsi e di andare in cucina per riempire lo stomaco. Non che ne sentisse veramente il bisogno, ma sgranchirsi le gambe e allontanarsi da quel bozzolo che minacciava di avvolgerlo era la cosa che doveva fare.
Aprì la porta della sua stanza con estrema cautela. Una luce blu elettrico lo investì come un fiume in piena. Non si aspettava quella strana luminosità che riempiva la casa e all'inizio ne fu stordito. Si mosse lentamente come un'automa, alla ricerca di quella che doveva essere la fonte di quella strana luminescenza che sembrava colare liquida dalle pareti. Un insistente ronzio sembrava espandersi con l'espandersi del blu, come se la casa fosse carica di energia statica. Fu solo quando arrivò nella sala da pranzo si rese conto di quello che stava succedendo. O più precisamente non si rese conto, visto che il suo cervello si rifiutava di assimilare l'immagine. Dovette guardare più volte ed osservare un numero infinito di momenti per realizzare. La scena era come l'aveva lasciata prima di rinchiudersi nel regno personale della sua stanza. I piatti ancora intatti erano ormai freddi, ma si trovavano nella stessa posizione, all'ombra della scultura postmoderna formata dalle bottiglie. Anche i genitori e la sorella erano seduti nella stessa identica posizione, con le posate ancora strette nel pugno e lo sguardo rivolto verso la televisione. Solo che la loro pelle si era seccata sulle ossa, sembravano invecchiati di almeno cento anni senza che si fossero mossi da quella posizione. I muscoli del volto lasciavano intravedere il cranio, le gengive si erano ritirate e i capelli si erano fatti radi. Vene blu elettrico pulsavano sotto il sottile strato di pelle.
Ma la cosa più terribile di quella scena era la televisione. Da essa si sprigionava tutta quella luminosità che sembrava invadere la casa, e strani fili, sottili come capelli, partivano dallo schermo e si infilavano nelle orbite sanguinolente di quelli che una volta erano stati gli ignarsi spettatori. Un solo programma sembrava essere proiettato, una bocca sorridente, con i denti bianchissimi e le labbra rosse, che galleggiava senza volto in un celeste acceso. Ogni tanto si apriva per parlare, ma nessun suono, escluso l'insistente ronzio proveniva dall'apparecchio.
Gianni tentò di avvicinarsi alla sorella, mosse con cautela un piede davanti all'altro, cercando di fare meno rumore possibile. Le si avvicinò e l'osservò. Lentamente il petto le si alzava e si abbassava, intervallato da diversi rantoli, come se i polmoni fossero pieni di liquido. Stava cercando di trarre delle conclusioni più razionali possibili quando quello che sembrava il cadavere della sorella si mosse. La mano scheletrica scattò con una velocità innaturale e si aggrappò ai fili che partivano dal televisore e si incastonavano nelle orbite. Cercò di strapparli, spalancò la mascella e urlo. Un urlo disumano, crudele e allo stesso tempo pieno di tristezza. Poi iniziò a dibbattersi, le braccia rachitiche si muovevano scompostamente nell'inutile sforzo di strappare quei fili, le gambe scalciavano un nemico invisibile. Il cadavere vivente spinse la tavola per l'aria, si alzò e cercò di fuggire. I piatti si rovesciarono per terra, il vino e l'acqua crearono pozzanghere nerastre sul pavimento, un rumore assordante di stoviglie in frantumi riempì la casa. Gianni indietreggiò spaventato, inciampò su una bottiglia che gli era rotolata sotto i piedi e finì steso per terrà. Fu un attimo, sentì di sbattere la testa sul pavimento e poi divenne tutto nero. Quando riaprì gli occhi, tutto era come prima...
Sputacchiato da M4dH4tt3r orario 16:18 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
in racconti, popalong cassidy



Commenti
#1    12 Novembre 2008 - 16:24
 
ciao, sono lucia.
scusa x l'irruzione...
posso invitarti nel mio blog? farò un viaggio nel 2020... vuoi che ti porti qualche notizia?
by Sibilla Cumana. :P
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Luciap87

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Utente: M4dH4tt3r
Nome: Il cappellaio Matto
Chi sono io? Faresti prima a domandarvi chi siete voi e quindi io chi sia di riflesso... perchè è più semplice essere chi gli altri vogliano che si sia che se stesso... In parole povere sono un matto...


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