E' un racconto che sto scrivendo, dovrebbe andare a far parte di una raccolta più ampia di scritti sempre incentrati sulla stessa cosa (che non vi rivelerò

). Non è completo, per un semplice motivo: non so se allungarlo o mantenerlo sul breve. Nel frattempo vi faccio leggere questo inizio...
Le pareti erano morbide e coperte di una fodera color osso. Piccoli bottoni di stoffa dello stesso colore creavano quadrati quasi perfetti.
Alex avrebbe voluto dipingerne alcuni di rosso. Con il suo sangue.
E avrebbe creato una scacchiera perfetta (o quasi) con la quale giocare le sue partite, e passare le lunghissime ore che separano l'alba dal tramonto.
Non che riuscisse veramente a tenere bene il conto del giorno della notte. La stretta finestra sul limitare del muro era troppo in alto perchè lui potesse vedere qualcosa. A volte non riusciva nemmeno a distinguere se fuori il sole splendeva o la luna era già alta.
Quando era arrivato aveva tentato di scandire il tempo in maniera elementare: ora è il momento di dormire, ora è il momento di essere svegli. Ma con quella stretta camicia era difficile prendere sonno. Anche adesso che era passato tanto tempo dalla sua prima notte, le cuciture gli graffiavano la pelle rendendola livida.
Sentì raschiare vicino alla porta. Si alzò lentamente, sforzandosi unicamente sulle gambe. Aveva gli occhi infossati e la barba incolta. Sulla testa i suoi pochi capelli neri erano schermigliati. Un piccolo rivolo di bava gli pendeva dalle labbra.
Davanti a lui si aprì il piccolo sportellino all'altezza degli occhi. Una lama di luce azzurrognola fendette l'oscurità della stanza, ferendo gli occhi di Alex. Una voce altalenante lo chiamò: "Alexander Serbos? Vieni qui, il dottore ti vuole parlare". Lui si mosse quasi come un automa, mentre le gambe malferme lo reggevano appena. Si udì il chiavistello scattare e un cigolio profondo accompagnò l'aprirsi della porta. Deliniata dalla luce di lampade elettriche, una figura ovaleggiante con uno strano cappello e numerosi menti gli faceva segno di avvicinarsi. La targhetta sul camice portava inciso il nome, ma erano lettere sfocate,lontane. Era tutto così.Alex riusciva a stento a capire che lo stavano sollevando di peso e issando sul lettino. Sotto di lui il pavimento a scacchi governava la sala e gli sembrava di sentire echii di risate. Ma non riusciva a capire se erano reali o solo nella sua testa. Steso con la testa sul morbido cuscino venne trasportato per lunghi corridoi, riusciva a vedere le due figure uguali che spingevano il lettino: stesso cappello, stesso camice, stessi doppimenti. Sul soffitto, alternate, tristi lampade illuminavano a tratti il lungo corridoio. Sotto di lui, lo sferragliare delle ruote del lettino era quasi impnotico. Era troppo occupato ad ascoltarlo per rendersi conto che uno dei due infermieri gli stava per infilare un ago nel braccio. Il dolore arrivò lancinante e improvviso, un mare di fuoco che si spingeva a forza nelle sue vene, facendosi strada a suon di cazzotti fino al cervello. Lo stato comatoso stava lentamente finendo, riportandolo con cattiveria e crudezza alla dura realtà. Parole senza collegamenti galleggiavano nel suo cervello. Meraviglie. Pan. Manicomio e Dottore. Cercava con tutta la sua volontà (che piano piano andava riformandosi) di metterle e insieme e tirarne fuori qualcosa di sensato.
Venne messo a sedere sul lettino e sentì che un panno freddo gli veniva passato sulla fronte. Era consapevole di stare sudando copiosamente, ma le braccia erano ancora inerti al suo fianco, come se gli impulsi nervosi si fermassero all'altezza della spalla, lontani dalla loro meta finale. Poi un palmo di una mano lo colpì violentemente al volto e una voce melluflua disse "Si lo so, non è così che si inizia, ma il medicinale sta facendo effetto troppo lentamente, la prego signor Serbos, si concentri e cerchi di riprendersi" e di nuovo fu schiaffeggiato, questa volta con più irruenza della prima. Adesso riusciva, anche se lentamente, a concentrare il suo sguardo su i due infermieri. Erano due gemelli dal ventre prominente ed entrambi, sotto al camice bianco sporco, indossavano una salopette di jeans. Alexander cercò di scendere dal lettino, puntellandosi con le mani e facendo forza. Ma le gambe, a contatto con il pavimento, non lo ressero e caddero molli trascinando con loro il resto del corpo. Per l'uomo la caduta avvenne a rallentatore. Vide gli infermieri cercare di afferrarlo, ma si muovevano troppo lentamente anche solo per sperare di arrestare il suo rovinare, vide in un angolo di corridoio un topo che manteneva un pezzo di carne con le zampe e lo spolpava con avidi morsi, vide il pavimento a scacchi rossi e neri divenire sempre più vicino, sempre di più... E nell'attimo dell'impatto il suo cervello sopito si risvegliò e divenne completamente cosciente della sua situazione. Era in un manicomio, ci era stato portato diversi mesi prima dopo aver avuto una strana avventura, la maggior parte del tempo sedato ed ora lo riportavano a parlare di nuovo con quello strano dottore.