Tutti siamo MATTI

"Ma io non voglio andare tra i matti" osservò Alice. "Oh, ma non hai scelta," disse il gatto "Siamo tutti matti da queste parti. Io sono matto. TU sei matta" "Come fai a sapere che sono matta" domandò Alice. "Non puoi non esserlo" disse il gatto "Altrimenti non saresti qua"
mercoledì, 01 luglio 2009

Il bianco e il nero


"Ommiodio..." è il mio primo pensiero riaprendo la pagina bianca di Splinder
"Se fosse reale ci sarebbero le ragnatele" e mentalmente inizio a spolverare. Mentre scrivo una o due volte mi passa la voglia di postare e muovo il cursore, rosso e linuxiano, verso la X in cima alla finestra, come alla ricerca del fantomatico tesoro dell'isola dei pirati.
E se l'isola dei pirati esistesse veramente? E se sotto quella X, bianca, che risplende anche sullo schermo opaco, ci fosse realmente un tesoro? Un tesoro telematico magari, il punto zero della rete.
Il punto zero di internet.
L'ombelico del mondo.
L'alfa e l'omega di tutte le coscienze umane.
Perché è vero... internet ormai ci unisce un po' tutti. è troppo facile parlare con qualcuno dall'altro lato del pianeta, solo tramite cuffie e microfono. E' troppo facile, però, anche svanire, perdersi nel flusso di dati, rimanere davanti allo schermo con lo sguardo inebetito senza sapere che fare, mentre alle nostre spalle si accumulano le scartoffie.
Mi fermo a pensare.
Avevo iniziato a scrivere questo post come ennesimo ritorno alla blogosfera (questo termine mi fa immaginare un enorme serra, piena di piante e di insetti, ed ogni foglia e una pagina di un blog) perché mi sembra di star vegetando ultimamente, vegentando tantissimo (ancora le piante, che sia un messaggio inconscio del mio io segreto che mi dica "Va a zappare la terra?"), e so che devo scrivere, darmi delle scadenze e mettere in ordine le idee (e magari trovare anche un lavoro).
Scritto con la tecnica del flusso di coscienza, e non lo voglio nemmeno rileggere, non mi piace questa tecnica e odio il libro di Fight Club tanto quanto amo il film.
Ora cerco l'immagine da mettere a capo di questo post inutile, poi cliccherò "pubblica il post" e andrò a cercare il tesoro dei pirati...
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in nella mia testa, dinosauri fluorescenti


sabato, 14 febbraio 2009

Tanti saluti a te



Non voglio parlare troppo presto, per paura che quel bastardo mi senta e ritorni a darmi fastidio, anche perchè, insidioso e subdolo com'è, sarebbe capace di aprofittare di questo momento di gioia per tornare nella mia vita, dopo che tanto ho fatto per allontanarlo...
Anche se non mi devo preoccupare, lui non lo legge il blog, almeno spero...
Tanti saluti (almeno per ora) Blocco dello Scrittore!
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in varie, dinosauri fluorescenti


martedì, 16 dicembre 2008

Nel silenzio...

Il disperato bisogno di rendere racconti tutta la mia vita...

Il buio pervade l'aria, come un manto di spessa stoffa nera che leva il respiro quando si cammina. Si ha l'impressione di poggiare i piedi su una sostanza molle, appiccicaticcia, come le ascelle in una giornata di caldo afoso. E anche il tanfo è lo stesso. Sul fondo, un piccolo puntino illuminato sembra la fine dell'orrendo tunnel che stiamo percorrendo. Come una falena attirata dalla luce accelleriamo il passo, mentre il pavimento sotto i nostri piedi squittisce ed emette rumori non descrivibili da semplici caratteri di una tastiera.
Ma la corsa si rivela inaspettatamente corta, perchè la luce che scorgevamo non era una grande apertura in questo nero labirintico dove ci siamo persi, ma il semplice brillare di uno schermo di un computer. Su sedie comprate da Ikea, due neuroni osservano la lampada a lava posta subito dietro lo schermo. In silenzio.
L'ennesima bolla di cera si alza dal fondo per raggiungere, in un ultimo disperato sobbalzo, la forma più vicina di entropia che possa desiderare e pensare.
"Ehi Jack..." esordisce un neurone "Ma non aveva detto che avrebbe iniziato a scrivere tutti i giorni?"
"Si, John, e se lo era anche promesso, perchè lo considerava l'unico metodo per migliorare il suo carente stile".
"Ma non aveva anche detto che si sarebbe messo a studiare Restauro dei Beni Architettonici ed avrebbe completato quella tesina?"
"Si, John... ma per ora si accontenta del live e della sceneggiatura... che è un pò poco contando che è convinto che l'ultima cosa non lo porterà a nulla..."
"Ok quindi che ha concluso?" "Nulla" "E noi qui che facciamo" "Quello che lui fa li fuori... osserviamo la lampada a lava e smettiamo di pensare..."

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in nella mia testa


sabato, 13 dicembre 2008

Il lungo ritorno e il grande inizio (parte I)

E se la vita ci desse una seconda possibilità?

Johannes osservava la folla con sguardo sbigottito. La grande cattedrale si ergeva maestosa alle suo spalle, e nel sole freddo del mattino proiettava la sua ombra cupa su tutta la piazza. Il giovane austriaco dai capelli neri era in ginocchio su un piccolo palco allestito apposta per l'occasione, mentre al suo fianco un enorme uomo con il volto coperto da un panno nero brandiva una gigantesca ascia. La neve cadeva lentamente, imbiancando il paesaggio e rendendolo surreale. Correva l'anno 1791 e la città era Vienna.
Johannes si trovò a pensare alla sua vita sino ad allora, e nonostante tutto non riusciva a trovare motivi adatti per essere giustiziato così in pubblico, davanti quegli occhi freddi e indifferenti, mentre lui per tutta la vita aveva professato la libertà di pensiero, l'affrancamento del popolino dagli stenti che gravavano ogni giorno sulle persone comuni... quelle stesse persone che ora erano intorno al palco, rimpiendo piazza Santo Stefano, nella speranda di vedere la testa di Johannes rotolare sulle assi di legno.
Un aristocratico in livrea rossa leggeva sul bordo del palchetto una pergamena. I lunghi boccoli bianchi della parrucca gli cadevano ordinati sulle spalle fasciate dal colore sanguigno della giacca. La sua voce era sicura  e baritonale, mentre l'aria si riempiva delle accuse verso Johannes. E quando l'ascia si alzò la folla trattenne il respiro, poi ci fu un sibilo e un arco di gocce rosse macchiò la neve.

Johannes era steso su un prato in un parco, si alzò di scatto domandandosi cosa fosse successo. Un caldo sole estivo inondava il verde del parco mentre le fronde degli alberi sulla sua testa venivano scosse da una brezza di vento leggero. Le risate cristalline di alcuni bambini che rincorrevano la palla si sovrapponevano schiarivando l'aria. Di fronte a lui c'era un gruppo di persone, tutte strette che sussurravano tra di loro. Conosceva quel momento, l'aveva già vissuto. Non capendo ancora cosa fosse successo si alzò e risoluto si avviò verso il centro di quell'assembramento. Riconobbe gli splendidi occhi di Kathrin, di un blu paragonabile soltanto a quello del cielo d'estate, lo stesso cielo che ora faceva da sfondo al suo strano dejavu. Iniziò a parlare, e quello fu il momento in cui lui e i suo piccolo gruppo di rivoluzionari progettarono il piano di rovesciare il potere.

Il salto questa volta fu meno repentino. Johannes ricordava di essersi allontanato dalla folla (come aveva già fatto una volta in vita sua) e di essersi appartato con Kathrin (di nuovo) e dopo aver fatto l'amore si era addormentato. Si era risvegliato, ed adesso era di nuovo inverno. Anche questa scena aveva già vissuto, e la ricordava con piacere. Si trovava in una vecchia casa al centro di Vienna. Le assi scricchiolavano ad ogni suo passo e dalla finestra logora si intravedeva il candido manto della neve scendere sulla città ed avvolgerla. Ricordava gli scricchiolii delle scale fatte a due a due, e ricordava perfettamente il volto di Kathrin rigato di lacrime mentre entrava dalla porta. Un pianoforte lontano suonava qualche aria da Les Danaïdes di Salieri, e l'aria sembrava tanto pesante e solida da togliere il respiro. La donna gli si avvicino, e poggiando dolcemente il viso nel collo di lui, iniziò a sospirare tristemente, mentre il suono del suo pianto si confondeva con la musica. Nella mano un foglio, con un ritratto e una taglia, vergati come una triste promessa di morte. Il nome era Klaus Mysliveček, fratello di Kathrin. Lesse il volantino e sussurrò (per la seconda volta) nell'orecchio della giovane ragazza: "Porteremo noi a compimento quello che tuo fratello non è riuscito a fare" era una promessa, ma nel contempo anche una dichiarazione d'amore. Poi il volantino cadde da mano, e il buio si rimpossessò della sua vista.
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in racconti, johannes


giovedì, 11 dicembre 2008

Murphy 911 n.2

Panini Comics, brossurato, 100 pagine B/N, €2,90

Continuano le avventure del vigile del fuoco texano David Murphy, che accompagnato da una terribile maledizione è costretto a “viver in tempi interessanti”… praticamente è una calamita per ogni sorta di catastrofe, naturale e non.

Avevamo lasciato il nostro eroe in cima alla Stratosphere Tower, proprio poco prima che questa fosse colpita da un meteorite, e apriamo questo numero per conoscere il destino di Murphy. Osserveremo il panico che può diffondersi a macchia d’olio quando un asteroide colpisce l’edificio dove dormi. Verremo catapultati in mezzo all’oceano ed assisteremo ad un inseguimento su motoscafo.  Scopriremo chi vuole manipolare lo strano “potere” dei Murphy e per quali reconditi e remunerativi scopi. Ci saranno droghe, pestaggi, taser, e un uomo che vive sotto zero. Ovviamente non necessariamente in quest’ordine. Una serie di rocambolesca di eventi ampliata dalle catastrofi di cui, ovviamente, il nostro David è il punto focale.

Contornata dalle splendide matite di Matteo Cremona, che con la loro dinamicità e precisione dei particolari riescono a rendere ancora meglio l’azione e la velocità di alcune scene, la storia di Recchioni prosegue nel classico modo preferito dall’autore: colpi di scena, tante “botte” e richiami ai film di azione di tutti i tipi. Un omaggio, quello di David Murphy a tutta una branca del cinema che alla fine ha cresciuto un po’ tutti (anche chi non lo vuole ammettere).
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in recensioni, fumetti


lunedì, 24 novembre 2008

Cinque minuti alla mezzanotte...



Una volta le famiglie si strigevano davanti un camino, e riscaldandosi con il fuoco, mentre fuori pioveva, si raccontavano storie e ogni giorno si conoscevano un pò di più.
Oggi le famiglie si stringono di fronte uno schermo luminoso, e guardando le fredde immagini, mentre fuori il sole splende inondando le vaste città, si allontanano sempre di più fino ad essere dei perfetti sconosciuti.

Se vi sembro ostico da un pò di tempo a questa parte verso l'elettrodomestico chiamato "televisione", è tutto dovuto al fatto che in casa mia è appena arrivato un enorme mostro da 42''. Proprio quando ho finalmente realizzato che quello che ci viene propinato dalle enti televisive è decisamente inguardabile (escludendo quelle eccezioni che non fanno altro che confermare la regola).

Aggiungeteci poi il fatto che, nella mia casa, su sei persone ci sono cinque schermi, mi sembra proprio che sia stata una spesa inutile...
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in varie, popalong cassidy


mercoledì, 19 novembre 2008

Io non sono un numero... sono un uomo libero!


Osservo lo studio. Il mio portatile sulla vecchia scrivania completamente di legno. Una pila di cd musicali mi osserva in silenzio, chiedendomi perchè non li utilizzi più ("la mia musica è tutta sul computer, mi dispiace"). La lampada a lava, residuo di un tempo dove era più leggero vivere, mi sorride, leggermente inclinata per la lampadina troppo grande. Dalle mensole e dalle librerie i libri parlottano tra di loro, scambiandosi suggerimenti tra le loro pagine scritte fitte fitte. Un solo volume solitario mi è accanto, "Sulla strada" di Jack Kerouac, e lo so, si sente solo, è un libro prestato e non appartiene a questa luogo. Dietro di me una piccola pila di fumetti di parecchi anni fa protesta per essere messa in ordine, mentre un tirannosauro fluorescente combatte contro un mammuth di legno.
Mi giro intorno. Questa è la mia vita, ma non è la mia stanza...
Ho bisogno di una casa mia...
Sputacchiato da M4dH4tt3r orario 01:36 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
in varie, dinosauri fluorescenti


mercoledì, 12 novembre 2008

Popalong Cassidy (capitolo I - La televisione)

Lansdale insegna, ma noi siamo stolti per capire

Può capitare che, trovandoci di fronte a fatti strani, inspiegabili, la nostra mente si rifiuti di assimilarli, incamerandoli in un limbo al limite della nostra percezione.
Gianni stava tornando a casa. Aveva passato una serata solitaria al pub, aspettando invano che giungesse qualche amico con cui parlare del problema con Laura. Era stato seduto li da solo, nel buio alcoolico del locale per più di un'ora, osservando con non curanza lo schermo di un piccolo televisore posto dietro il bancone. Spesso nel celeste elettrico riusciva ad intravedere un enorme sorriso di qualcuno, o qualcosa, che veniva alternato con immagini che la mente di Gianni si rifiutava di riconoscere. E durante uno stacco pubblicitario si era alzato ed era uscito, lasciando pochi spiccioli per pagare la birra che non era riuscito a toccare.
Adesso pioveva, e rivoli di acqua melmosa scorrevano al lato del marciapiede perdendosi nei tombini con un lugubre gorgoglio. Le strade erano silenziose come mai prima di quella sera, pochi, anzi pochissimi passanti si muovevano frettolosi verso le proprie case, infagottati in improvvisati soprabiti o coperti da enormi ombrelli neri come la notte. Correvano, mettendo un piede davanti all'altro meccanicamente, con lo sguardo fisso dritto e il cervello evidentemente spento, residuo di una dura giornata di lavoro. Passavano affianco Gianni senza notarlo, schivandolo nella loro fretta di tornare a casa. Sembrava che il ragazzo fosse l'unico che riuscisse a godersi l'aria fresca e la pioggia sopra la pelle, il silenzio castrato della città interrotto solamente dal passaggio veloce di qualche macchina dal motore sbuffante.
Ma come tutte le belle cose anche queste splendide sensazione finirono una volta che davanti gli si presentò il portone di casa. Quel portone dove lui e Laura avevano fatto l'amore tante volte, veloci e silenziosi, reprimendo ogni mugugnio nel terrore che potesse arrivare qualcuno. Ma anche questo era svanito insieme alla sua storia. Con riluttanza salì le scale, illuminate da pochi neon malfunzionanti. Lunghe ombre si dibattevano sulle pareti, mentre le luci ad intermittenza davano una sensazione surreale. Gianni entrò dalla porta di casa e passò velocemente nella sala da pranzo, mugugnando un saluto alla famiglia. Sul lungo tavolo la cena era pronta, bottiglie erano accatastate al centro, come un inconcepibile scultura alla vita famigliare. I piatti fumanti erano davanti alle persone ancora interi, mentre i genitori e la sorella sedevano dritti, guardando la televisione. Nessuno rispose al saluto di Gianni, che si chiuse nella sua stanza, si sedette in un'angolo con le luci spente e si mise ad ascoltare la musica. Si sentiva avvolto in bozzolo di sicurezza, come se quel buio intorno lo preservasse dalle cattiverie del mondo che lo circondava. E la musica. La musica era la sua valvola di sfogo, riusciva a non pensare quando centinaia di decibel erano sparati attraverso le cuffie direttamente nel suo cervello. Si lasciava andare e non esisteva nient'altro. Anche la stessa consistenza del suo corpo sembrava sparire.
POtevano essere passati anni come potevano essere passate ore, quando Gianni decise di alzarsi e di andare in cucina per riempire lo stomaco. Non che ne sentisse veramente il bisogno, ma sgranchirsi le gambe e allontanarsi da quel bozzolo che minacciava di avvolgerlo era la cosa che doveva fare.
Aprì la porta della sua stanza con estrema cautela. Una luce blu elettrico lo investì come un fiume in piena. Non si aspettava quella strana luminosità che riempiva la casa e all'inizio ne fu stordito. Si mosse lentamente come un'automa, alla ricerca di quella che doveva essere la fonte di quella strana luminescenza che sembrava colare liquida dalle pareti. Un insistente ronzio sembrava espandersi con l'espandersi del blu, come se la casa fosse carica di energia statica. Fu solo quando arrivò nella sala da pranzo si rese conto di quello che stava succedendo. O più precisamente non si rese conto, visto che il suo cervello si rifiutava di assimilare l'immagine. Dovette guardare più volte ed osservare un numero infinito di momenti per realizzare. La scena era come l'aveva lasciata prima di rinchiudersi nel regno personale della sua stanza. I piatti ancora intatti erano ormai freddi, ma si trovavano nella stessa posizione, all'ombra della scultura postmoderna formata dalle bottiglie. Anche i genitori e la sorella erano seduti nella stessa identica posizione, con le posate ancora strette nel pugno e lo sguardo rivolto verso la televisione. Solo che la loro pelle si era seccata sulle ossa, sembravano invecchiati di almeno cento anni senza che si fossero mossi da quella posizione. I muscoli del volto lasciavano intravedere il cranio, le gengive si erano ritirate e i capelli si erano fatti radi. Vene blu elettrico pulsavano sotto il sottile strato di pelle.
Ma la cosa più terribile di quella scena era la televisione. Da essa si sprigionava tutta quella luminosità che sembrava invadere la casa, e strani fili, sottili come capelli, partivano dallo schermo e si infilavano nelle orbite sanguinolente di quelli che una volta erano stati gli ignarsi spettatori. Un solo programma sembrava essere proiettato, una bocca sorridente, con i denti bianchissimi e le labbra rosse, che galleggiava senza volto in un celeste acceso. Ogni tanto si apriva per parlare, ma nessun suono, escluso l'insistente ronzio proveniva dall'apparecchio.
Gianni tentò di avvicinarsi alla sorella, mosse con cautela un piede davanti all'altro, cercando di fare meno rumore possibile. Le si avvicinò e l'osservò. Lentamente il petto le si alzava e si abbassava, intervallato da diversi rantoli, come se i polmoni fossero pieni di liquido. Stava cercando di trarre delle conclusioni più razionali possibili quando quello che sembrava il cadavere della sorella si mosse. La mano scheletrica scattò con una velocità innaturale e si aggrappò ai fili che partivano dal televisore e si incastonavano nelle orbite. Cercò di strapparli, spalancò la mascella e urlo. Un urlo disumano, crudele e allo stesso tempo pieno di tristezza. Poi iniziò a dibbattersi, le braccia rachitiche si muovevano scompostamente nell'inutile sforzo di strappare quei fili, le gambe scalciavano un nemico invisibile. Il cadavere vivente spinse la tavola per l'aria, si alzò e cercò di fuggire. I piatti si rovesciarono per terra, il vino e l'acqua crearono pozzanghere nerastre sul pavimento, un rumore assordante di stoviglie in frantumi riempì la casa. Gianni indietreggiò spaventato, inciampò su una bottiglia che gli era rotolata sotto i piedi e finì steso per terrà. Fu un attimo, sentì di sbattere la testa sul pavimento e poi divenne tutto nero. Quando riaprì gli occhi, tutto era come prima...
Sputacchiato da M4dH4tt3r orario 16:18 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
in racconti, popalong cassidy


domenica, 12 ottobre 2008

Stress...

O mi iscrivo in palestra, o distruggo qualcosa, o uccido qualcuno...
Sputacchiato da M4dH4tt3r orario 10:53 | Permalink | commenti (8) / commenti (8) (pop-up)
in varie


mercoledì, 08 ottobre 2008

Ritorno alla vita vera...

Meglio soli o male accompagnati?

Mi muovo tra la folla barcollando, spintonando, avanzando un centimetro alla volta. Mi hanno già chiamato dal palco un paio di volte, hanno detto il mio nome con voce atona, triste, senza passione. "Permesso" chiedo insistentemente, fino a spintonare un grassone vestito da Elvis che mi impedisce l'accesso alle scale. Salgo un gradino alla volta, regolando il fiato e respirando con ritmo. Non sono più teso come qualche giorno fa, ma un ritorno, per essere un ritorno deve essere in grande stile.
Sono ormai davanti al microfono, prendo fiato ed inizio a parlare "Saaalve, sono il cappellaio matto", e il pubblico di fronte a me risponde in coro "Ciaaao cappellaio matto!". Mi sembra di essere in una comunità per disintossicarmi, anche se qui molto spesso è il contrario.
"Sono stato lontano da questi lidi" mi schiarisco un attimo la gola "Per quasi un mese, solitario vagabondo di quella che per molti è la vita vera. Sono stato stressato, ma alla fine è finito tutto bene. La prima seduta di Vampirilivenapoli è andata a meraviglia e già questo mi fa molto contento, se poi contiamo che il fumetto per ora è arrivato alla redazione del luccacomics, possiamo dire che la mia contentezza aumenta in maniera sproporzionata. Ma adesso è tutto finito (o forse sta per ricominciare chissà?)" qualcuno mi interrompe la domanda mi investe come un camion in piena "E l'università? Ultimamente dicevi che l'avevi quasi finita" Gli sorrido, cercando di fare gli occhi più dolci che ho, poi ignoro la sua domanda e vado avanti, dritto alla conclusione del mio breve e denso discorso, voglioso di bearmi degli applausi di ben tornato della folla. Dentro di me mi illumino, so già come andrà a finire. "Adesso" li guardo, tutti, seduti sulle loro sedie digitali, e sussurro al microfono"sono tornato con voi, sono tornato su splinder!".
...
Silenzio... da qualche parte mi sembra di sentire il verso di un grillo solitario, mentre nella stanza con me sembra non esserci più nessuno...
...
Scendo dal palco mestamente con il capo chino, mentre alle mie spalle il ciccione con il vestito di Elvis prende il microfono e la folla ai suoi piedi esplode in un urlo famelico e gioioso...
Sputacchiato da M4dH4tt3r orario 16:25 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
in varie, racconti


Guardate Me!

Utente: M4dH4tt3r
Nome: Il cappellaio Matto
Chi sono io? Faresti prima a domandarvi chi siete voi e quindi io chi sia di riflesso... perchè è più semplice essere chi gli altri vogliano che si sia che se stesso... In parole povere sono un matto...


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